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jueves, 11 de febrero de 2010

DUE STREGHE IN FAMIGLIA

SUO PADRE, CHIAMATO LA "BRUJA" (STREGA), VINSE L'INTERCONTINENTALE 40 ANNI FA CON L'ESTUDIANTES. LUI, LA "BRUJITA" CHE HA GIOCATO IN ITALIA, GUIDERÀ LA STESSA SQUADRA NEL MONDIALE PER CLUB. «MA AI TEMPI DI PAPÀ ERA MOLTO PIÙ DURA»




Era tornato proprio per questo. Per disputare L´Intercontinentale, oggi Mondiale per club, con la sua squadra del cuore. Tre anni fa aveva lasciato l´Europa e l´Inter con questo obiettivo: riportare in alto l´Estudiantes di La Plata, il club da dove era partita la sua carriera, il club nel quale aveva giocato e vinto il padre Juan Ramón. Dall'83 l'Estu non vinceva più un titolo, dall'84 non giocava una Libertadores, da 40 anni un'Intercontinentale, dai tempi di papà. Nel 2006 Juan Sebastián Veron ha guidato i biancorossi platensi al titolo nazionale, nel luglio scorso alla conquista della più importante coppa sudamericana. Ora dal 9 al 19 dicembre ad Abu Dhabi deve chiudere il cerchio. Barcellona, fra gli altri, permettendo. Vincere quel trofeo intercontinentale che papà giocò tre volte, ma vinse solo nel 1968 contro il Manchester United di Bobby Charlton, Best e Law, proprio grazie a un suo gol all'Old Trafford.
Seba, qui per tutti è il figlio de La Bruja (la strega). «Ho sempre saputo ciò che aveva fatto mio padre, ma non mi ero mai reso contó davvero di quel che era stato per 1´Estu. Crescendo qui i paragoni diventavano sempre più difficili per me. Fino almeno al debutto in prima squadra, quando poi ho fatto la mia strada. Penso però di aver dimostrato che al di là del soprannome, la Brujita, valgo per quanto fatto e vinto nella mia carriera».



È tornato in Argentina a soli 31 anni: era solo per rivincere con l'Estudiantes?
«Sono nato qui e mi piace questo posto. Il primo pensiero è stato la famiglia, riportarla a casa. Poi penso che in Europa la mia strada fosse finita. Ho fatto una buona carriera, non c'erano più stimolí. Come si dice qui, ho scelto col cuore, non con la tasca... Infine sì, volevo dare qualcosa al mio vecchio club in termini di esperienza. Infatti non ho avuto problemi quest´anno a rinunciare a metà dello stipendio: l'ho fatto volentieri, per dare al mio club strutture migliori, e data la crisi económica... Nel calcio in genere si sono perse le radici, ma è importante impegnarsi per il futuro, daré ai ragazzi il modo di crescere, educarli, mi sentivo in debito col mio club. Volevo dare qualcosa di quello che avevo raccolto».

Una volta era più dura vincere in Sud America?
«Prima era molto più difficile accedere alla coppa. Nell´ultima edizione noi ci siamo qualificati da 5° club argentino… Come succede oggi in Europa con la Champions. Se si chiede agli anziani qui in giro, ti dicono che una volta era più dura da vincere la Libertadores, perchè dovevi essere campione nazionale. Però oggi noi giochiamo più partite, siamo più stanchi».
Le piaceva quella formula dell´Intercontinentale. andata e ritorno?
«A me piaceva molto la coppa in partita unica o, sì, al limite come la giocava papà. Però il Mondiale per club segue il business del calcio: più parti¬te, più pubblicità e diritti tv, più incassi...».

È il calcio di oggi.
«Sì, prima c´era di bello che molti più calciatori facevano quasi tutta la carriera in un solo club, come papà. Oggi con gli affari che si fanno è più difficile. E per un argentino è più facile finire in Europa, bastano pochi match nel nostro campionato e già lo si pensa pronto per il salto...».

Come ha ritrovato il calcio sudamericano?
«Appunto, i club qui sopravvivono solo con la vendita dei giocatori, per cui si sono molto indeboliti in campo. A parte alcuni come il Boca o noi che possiamo permetterci di non svendere e conservare un blocco importan¬te. E ciò ci permette di far bene nei tornei internazionali».

Perchè lei ha cambiato tante squadre in Europa?
«Per inquietudine o per prova¬re nuove emozioni, avere nuovi obiettivi. conoscere gente e posti diversi. Ovunque però mi sono trovato bene e ho avuto la sorte di vincere tanto».
Ha in programma di diventare allenatore?
«No, mi piacerebbe fare il dirigente sportivo, in Ar¬gentina nelle società servono uomini che abbiano giocato e che conoscano gli spogliatoi. È diverso dall'Europa, dove i dirigenti sono imprenditori o manager».

Continua a tifare per qualche club italiano?
«Guardo e mi informo su tutto il calcio europeo. Cerco di vedere i match dei club nei quali ho giocato. Non sono un fan, però mi sento vicino all´Inter, alla Lazio e al Manchester. Ricordo il giorno che abbiamo vinto lo scudetto con la Lazio, nel 2000, tutti aspettando il risultato di Perugia-Juve, nello spogliatoio. Con Sensini eravamo attaccati alla radio, il più bel ricordo che ho. Mi sono trovato molto bene pure con Roberto Mancini a Genova, il primo che mi ha accolto e introdotto in città, con Moreno Mannini, a Fausto Salsano chiedevo la macchina in prestito... Gente perbene, dal cuore enorme».

Che ne pensa, di questa serie A?
«C'è una grossa disparità fra l'Inter, la Juve e gli altri. Però ci sono altre squadre ben organizzate come la Samp e la Fiorentina, anche se alla fine vince sempre chi ha la rosa più ampia».

Dei tanti argentini ora arrivati in Italia chi le piace?
«Mariano Andujar, portiere del Catania, per 3 anni mio compagno all´Estudiantes, è uno dei tre migliori portieri argentini. Può sfondare anche in Ita¬lia. Per tutti dipendera dall´adattamento, perchè non è facile cam¬biare continente. A me è andata bene. Ma il calcio italiano ha esigenze diverse da quello argentino».
E degli argentini in patria chi consiglierebbe?
«Altri tre miei compagni dell'Estudiantes: il centrocampista Enzo Pérez, 23 anni, che ha appena debuttato [10-10-09, col Perú 2-1; ndr] nella nazionale di Maradona, l´attaccante Mauro Boselli, ex Boca, e il difensore uruguaiano Juan Manuel Díaz. Sono grandi calciatori e potrebbero tranquillamente giocare in serie A».
Come la piccola strega. Che ora però ha un appuntamento con la storia.



«Che avventura la coppa del ´68»
Il 9 marzo ´75 l´Estu e il Gimnasia giocavano il derby n. 87. Juan Ramón Veron nell'Estu siglò il 3-3. Ma la festa in casa Veron non fu solo per quel gol. Era appena nato Juan Sebastián. Papà Ramón lo venne a sapere solo dopo la fine del match. Il tecnico Bilardo gli aveva nascosto l´evento. «Ero una punta rapida, da contropiede, molto tranquilla in zona gol», racconta oggi il papà di Seba, detto la Bruja, la strega, perchè portava capelli lisci lunghi. A La Plata ha vinto 3 scudetti, 3 Libertadores, una Intercontinentale e l'Interamericana ´68. Oggi è segretario tecnico del club. «A Seba piaceva tanto il calcio, io l'ho sempre incoraggiato a continuare. Già a 3 anni mostrava di poter divenire un buon calciatore, lo si vedeva da come colpiva la palla, da come si metteva nel campetto. Ho avuto ragione». Dei suoi tempi ricorda: «Allora era più dura qualificarsi per la Libertadores, i club piccoli come l'Estu non ce la facevano. Nel 1968 fu la nostra prima volta. Da lì iniziammo un´avventura che non avremmo mai immaginato. Col passar del tempo e delle vittorie acquistammo fiducia». Sull´Intercontinentale dice: «Noi allora non sapevamo molto del Manchester; qualcosa per aver visto alcuni calciatori nell´Inghilterra 1966». Il calcio è cambiato ma «quel che non cambia sono le qualità tecniche dei calciatori. Non si imparano, le devi possedere». Come i due Veron.

jueves, 30 de julio de 2009

GABRIEL BATISTUTA: "IO MI SONO DATO AL POLO"

ENTREVISTA PUBLICADA EN LA REVISTA SPORTWEEK EL 25 DE JULIO DE 2009
Versión original en castellano

Gabriel Omar Batistuta ha cambiado mucho desde que dejó de jugar al fútbol. Ya no es aquel centrodelantero que hacía goles con todas las camisetas que se ponía. Por estos días sus pasiones deportivas son el polo y el golf. Tampoco vive en Italia, ni en Qatar, ni en Australia. Batigol volvió a su ciudad natal, Reconquista, ubicada en la provincia de Santa Fe, corazón de la llanura pampeana. "Estoy muy bien instalado con mi gente. Tengo un montón de amigos en Italia, tengo también una casa pero mi lugar está en Reconquista", afirma.
Su último club como futbolista fue el Al Arabi de Qatar, y en Doha, tomó la decisión de terminar su fructífera carrera en la que ganó 10 títulos y convirtió 355 goles. No tenía motivaciones para seguir y sentía que era tiempo de pensar en otras cuestiones. Si lo deseba, tenía la posibilidad continuar. Tenía ofertas de Inglaterra, Japón e Italia. Pero estaba agotado. Después de abandonar el fútbol a los 36 años, en marzo de 2005, Batistuta decidió radicarse en Perth, Australia. "Quería estar tranquilo, aprender bien inglés y que mis hijos crezcan en un ambiente ideal como tiene esa ciudad", explica. Allí fue dónde empezó a practicar golf con mayor intensidad. Jugaba tres veces por semana y alcanzó los 6 de handicap. El ex jugador de la Fiore tiene problemas en los tobillos y tuvo que atravesar cuatro intervenciones quirúrgicas. Por eso abandonó cualquier deporte en el que tenga que exigir esa parte de su cuerpo. “Con el golf eso no pasa”, cuenta.
Luego de dos años viviendo en Oceanía, el goleador, retornó a la Argentina acompañado como siempre por su esposa Irina y por sus cuatro hijos: Thiago, Joaquín, Lucas y Shamel. Ahora se dedica a los campos que tiene en Santa Fe y al negocio de la ganadería, una actividad que le trae más de un dolor de cabeza debido al conflicto que hay en Argentina entre el agro y el gobierno nacional.

-¿Qué análisis hacés de la situación agropecuaria?
-Me preocupan las retenciones que impone el gobierno porque no se adónde va a parar ese dinero ni cómo se distribuye. En Argentina las medidas se toman según cómo se despiertan los funcionarios y se termina perjudicando a los mercados, a las inversiones y al campo. No entiendo cómo no se aprovecha al sector agrario. Pero bueno, esto es algo que siempre sucedió en la Argentina.

Batistuta no tiene mucha simpatía por el matrimonio de Néstor y Cristina Kirchner, ex presidente y presidenta respectivamente. Incluso en las últimas elecciones presidenciales estaba viviendo en Australia y no quiso votar. Pero más allá de las cuestiones políticas y económicas, Batistuta vive muy a gusto en su país. Los últimos tres meses estuvo recorriendo la Argentina jugando al polo. Estuvo en Misiones, en Mendoza y en la ciudad balnearia de Pinamar. Tanto se ha entusiasmado con este deporte que, además, tiene un lote de caballos petisos de polo y su propio equipo, La Gloria Polo Team, que usa camiseta violeta y un escudo similar al de la Fiorentina, el club donde dónde más se destacó. De todas maneras, su anhelo es regresar al fútbol y tener la oportunidad de dirigir a selección de su país, con la que jugó tres mundiales: 1994, 1998 y 2002 y de la que es el máximo goleador con 56 anotaciones en 78 partidos.

-¿Cómo te acercaste al polo?
-No tenía nada que hacer. Conocí a Adolfo Cambiasso, que es el mejor jugador del mundo, y me invitó. Yo ando a caballo desde chico y me divierte mucho. El polo lo practico para pasar el tiempo y trato de mejorar porque si juego bien me divierto más. La adrenalina que me da esto es similar a la que sentía cuando entraba a una cancha.
-¿Qué clase de jugador sos?
-Soy un obrero que se desprende y a veces llega al gol, ja, ja. Estoy haciendo mis primeros pasos y me tratan muy bien, como si hubiera estado desde siempre en este ambiente. Pero esto es diversión y si alguna vez tengo que vivir de algo va a ser del fútbol.
-¿No pensás dedicarte al polo como profesional?
-No, esto es un hobby. No tengo la posibilidad o todavía no estoy preparado para seguir en el fútbol y algo tengo que hacer. Disfrutaré del polo hasta que vuelva al fútbol, que es lo que realmente conozco.
-¿Qué te gustaría hacer en el fútbol?
-Si aparece alguna propuesta seria y de un club importante para dirigir lo pensaré. Pero eso todavía no pasó.
-¿Te quedó alguna deuda pendiente?
-Tengo una sola que es salir campeón del mundo con Argentina. Como futbolista ya no lo puedo hacer así que me queda sólo una posibilidad, como entrenador.
-¿Cómo lo ves a Diego Maradona?
-Por ahora logró un cambio importante, después los resultados mandan. Pero yo tengo fe que a Diego le va a ir bien. A la selección Argentina la veo motivada con él. Cambió la actitud que era lo que le estábamos reclamando. Espero que los resultados la acompañen.
-¿Mirás fútbol y estás al tanto de lo que pasa?
-Sí, miro bastante y estoy informado sobre la actualidad.
-¿Quiénes son los crakcs del fútbol mundial?
-Para mí Kaká y Paolo Maldini, que jugó hasta hace poco. Son dos de todos los que puedo nombrar. Hay otros pero esos son dos cracks.
-¿Cómo ves a jóvenes como Lionel Messi y Sergio Agüero?
-Son los periodistas los que dicen que son crakcs. Yo los veo como grandes jugadores que hacen cosas distintas a la gran mayoría, pero están empezando. Pero los cracks se ven a lo largo de una carrera. Confío en que ellos van a durar y van seguir haciendo lo que hacen por mucho tiempo, pero eso está por verse.
-¿Qué relación tenés con Abel Balbo y Roberto Sensini?
-Hablamos seguido y ellos quieren tener problemas más rápido por eso aceptaron ser entrenadores pronto, ja, ja. A Sensini le tengo mucha fe con Newell´s, lo hace jugar muy bien. Balbo recién está empezando. Tuvo un pequeño inconveniente pero es un gaje del oficio.
-¿Con quiénes mantenés relación en Italia?
-Tengo un montón de amigos. Viví quince años allá y me porté bien. Además, tengo muy buena relación con la gente de la Fiorentina y con la de varios clubes porque siempre traté de hacer las cosas bien y esto fue apreciado por los dirigentes de los equipos.
-¿Y hay algo que extrañes?
-No, nada. A los que extrañé siempre fue a mis padres y ahora estoy con ellos. Por eso no tiene sentido alejarme otra vez.

Ficha de Gabriel Omar Batistuta
Fecha de nacimiento: 1 de febrero de 1969
Lugar de nacimiento: Reconquista, provincia de Santa Fe, Argentina.
Trayectoria: Newell's Old Boys (Argentina) 1988-1989, River Plate (Argentina) 1989-1990, Boca Juniors (Argentina) 1990-1991, Fiorentina (Italia) 1991-2000, Roma (Italia) 2000-2002, Inter de Milán (Italia) 2002-2003 y Al-Arabi (Qatar) 2003-2005.
Títulos: Clausura 1991 (Boca Juniors), Serie B 1994, Copa de Italia 1996 y Supercopa de Italia 1996 (Fiorentina), Scudetto 2000/01 y Liga Qatarí 2004 (Al Arabi).Con la selección Argentina: Copa América 1991 y 1993.

Proximamente versión en italiano

viernes, 26 de junio de 2009

IO, LIONEL MESSI

ARTÍCULO PUBLICADO EN LA REVISTA SPORTWEEK EL 18 DE ABRIL DE 2009

Versión publicada en italiano

Siamo andati a Rosario, dove la stella del Barcellona è nata e cresciuta fino a 13 anni, a parlare con i suoi allenatori, la vicina di casa, la maestra...

«Scriveva Antoine de Saint-Exupéry: «L'unica patria degli uomini è l'infanzia». Allora bisogna venire a Ro­sario, Argentina, per scoprire Lionel Messi. Sì, la sua crescita è gran merito della Masía, la scuola calcio del Barcellona. Ma a Rosario Leo è nato, ha vissuto fino ai 13 anni, ha scoperto la pelota. Rosario è la culla del calcio argentino. Dal suo vivaio sonò venuti fuori Valdano, Batistuta, Sensini, Balbo, Pizzi, Mascherano e Samuel. Qui hanno iniziato i tecnici Bielsa e Menotti. E uno dei primi sudamericani ad approdare in Europa fu un rosarino, proprio dal Newell´s come Leo: Julio Libonatti, dal 1925 al 34 al Toro e poi al Genoa, e con l'Italia per 18 match (15 gol).
Sul fiume Paraná, 300 km a Nord di Buenos Aires, circa 1,2 milioni di abitanti, Rosario vive il fútbol con passione. Il Newell's Old Boys e il Rosario Central sono i club della A: per i derby la città si paralizza. Poi ci sono il Tiro Federal (in B) e il Central Córdoba (in C). E la città pullula di club minori. Fra i quali il Renato Cesarini, una delle scuole di calcio più note al Mondo, immette ogni anno circa 30 calciatori fra i pro. Non è strano che Leo sia venuto alla luce qui.




LA CULLA DI LEO
Il piccolo Lionel Andrés è nato il 24 giugno 1987 alla Clínica Italiana fra le mani del dott. Norberto Odetto, da mamma Celia e papà Jorge. Pesava 3,6 kg. Altro che piccolino... I vicini di casa, però, lo ricordano un po' rachitico, ma sempre di corsa dietro a una palla nella stradina Lavalleja del barrio La Bajada, Sud di Rosa­rio, dove Leo ha vissuto coi genitori, i fratelli Rodrigo e Matías, e la piccola María Sol. Ora solo Matías è rimasto a Rosario, gli altri sono a Barcellona. E tornano qui in vacanza, non più a La Bajada, ma nella villa di Arroyo Seco, a una decina di km. Rodrigo, più grande di Leo di 7 anni, sposato, lavora come chef a Barcellona. María Sol ha 15 anni e studia; le è costato molto andare in Catalogna e i primi tempi tornava spesso a casa, con la mamma. Matías ha avuto problemi: nell´ottobre scorso è stato fermato per detenzione illegale d'armi. É rimasto 9 ore in un commissariato, perché portava senza permesso una pistola con 5 proiettili. Già prima aveva avuto guai penali: coinvolto in una denuncia per furto nel 2000, in una per lesioni nel 2001 e per minacce l'anno dopo.
Anche se qui Leo ha vissuto solo 13 anni, di ricordi ne ha lasciati. Cintia Arellano, vicina di casa e compagna di Leo all'asilo e alle elementari, dice: «Era timido e silenzioso. Usciva solo per giocare a pallone in strada. Gli altri bimbi lo picchiavano in campo perché era rapido e abile, difficile da fermare. Quando cadeva in terra, piangeva un po' ma poi si rialzava e continuava correre. Si notava che era diverso dagli altri».
Il suo primo contatto con una palla in un campetto fu a 4 anni nel Grandoli, un quadrato di terra a qualche isolato da casa, fra edifici popolari. In assenza dello Stato il Grandoli brillava come un´àncora di salvezza. Qui Leo ha giocato fra i 4 e i 7 anni. Nel maggio 07 ci aveva raccontato Salvador Aparicio, suo primo tecnico, morto a 78 anni nel dicembre ´08: «A 4 anni Leo era già un talentino. Afferrava la palla e sfuggiva a tutti. È "nato imparato", non serviva dirgli nulla. L´unica cosa che ho fatto è stato metterlo per la prima volta in campo». Il "debutto" è dell'aprile 91. Ad "Apa" mancava un giocatore del 1986 per il match a 7; Leo è dell'87. «Nella tribunetta vidi Leo, piccolo, che calciava contro un muro. Era con mamma e nonna. Le dissi: "Me lo presti per giocare?". "Ma se quasi non sa correre...". E io: "Lo metto a destra, di lato alla linea, se si mette a piangere, tu sarai vicina e lo potrai prendere". Alla seconda palla Leo inizió a dribblare come se avesse sempre giocato». Oggi al Grandoli serpeggia una sensazione agrodolce verso Messi. «Non ha conservato alcun rapporto con noi», dice Oscar López, boss del club ai tempi di Leo. «Sei anni fa ci venne a trovare e portò dei palloni in regalo. Ma non è più tornato». Il club è povero, avrebbe bisogno di aiuto: «E di motivazioni. Se Messi venisse qui ogni tanto, ci permetterebbe di avvicinare più bimbi al club, levandoli dalla strada. La sua sola presenza sarebbe positiva per gli 85 ragazzi tesserati». Il Grandoli non ha mai ricevuto un peso per i diritti di formazione di Leo. «Ogni giorno è sempre più dura trovare i soldi per far sopravvivere il club», dice López.



I MESSI TUTTI "LEBBROSI"
I Messi tifano tutti per il Newell´s, tranne Matías che è del Rosario. I fan del Newell's sono i "lebbrosi" per­chè agli inizi del 1900 furono invitati a un match benefico per i malati di lebbra. E accettarono. Il Ro­sario rifiutò e fu chiamato "Canaglia". Leo va al Newell's nel 1995, a 7 anni, se ne andrà a 12. Qui per la prima volta, a 9 anni, gioca su un campo da 11. Oscar Morales è l´allenatore delle giovanili che più l'ha seguito, insieme hanno vinto 4 titoli argentini. Pure ora Morales lavora nel club e ci spiega, a proposito del noto pro­blema della carenza ormonale che rallentò la crescita di Leo: «Portai il coordinatore delle giovanili a casa Messi, per impegnarci ad aiutare la famiglia nelle costose cure che servivano a Leo. E così fu». Cosa che i Messi smentiscono (vedere il riquadro a destra). Dicono che solo la sanità pubblica e la cassa mutua dell'azienda di papà Jorge, la Acindar, li aiutò. Sergio Almiron, d.s. del Newell's, ha conservato le ricevute: «Noi riuscivamo a coprire tutte le spese, ma gli ab-biamo dato soldi ogni tanto, quello che potevamo». Poi ci fu un contatto fra i Messi e il River; Morales spiega che «Leo per un po' non venne ad allenarsi da noi, come ripicca per un trofeo che non gli avevano dato dopo un torneo vinto. Al River lo provarono 10 minuti e subito gli proposero di restare». I frainten-dimenti fra i Messi e il Newell's fecero sì che un giorno Jorge portò via Leo dal club. Nel´ 99 trovò un lavoro migliore, con la famiglia si trasferì in Spagna. Fra gli aneddoti che Morales ricorda su Leo c'é quel pomeriggio in cui arrivò tardi per una partita: suo padre aveva fatto gli straordinari al lavoro. «Tuo papà non gioca, potevi venire con un compagno», gli dissi.
«Vai in panchina». Il Newell´s perdeva 2-0. All'inizio del 2° tempo il 3-0. «Feci entrare Leo: realizzò 3 gol e ne fece fare un altro al n. 9. Non me lo posso scordare, era una semifinale. Segnò un gol dopo aver superato tutti. Come carattere non è cambiato: timido, introver­so, attento a ciò che gli dicevano i tecnici. Parlava poco, ascoltava tanto, non bisognava ripetergli le cose».

ALUNNO ESEMPLARE
Le elementari Leo le ha fatte alla n. 66 General Las Heras. Diana Ferreto è stata la sua maestra: «Era timido e dolce. Crescendo dimostrò le sue capacità. I bimbi più grandi lo venivano a chiamare perché giocasse con loro». L'ultima volta che Leo è passato di qui, nel 2007, creò il caos: «Non siamo riusciti a mantenere l´ordine, tutti volevano una foto, l´autografo». Da un banchetto scolastico e un campetto desolato alla gloria mondiale il passo è stato breve. E Rosario va molto orgogliosa della sua Pulce.

PAROLA DI PAPÀ
"Ma il Newell´s non ci aiutò"
Il fratello Rodrigo giocava nel Grandoli, «io lì allenavo i più piccoli, normale che Leo abbia iniziato là», dice papà Jorge. «Al Grandoli non avevo tempo per seguirlo, così pensai che in un club come il Newell´s sarebbe stato meglio». Ma a 11 anni Leo iniziò ad avere problemi nella crascita, ritardo nello sviluppo osseo per carenza ormonale. «Le cure erano costose, 1000-1500 dollari al mese, che non avevamo. E il Newell´s non volle aiutarci, al contrario di quanto el dissero all'inizio. Al River Leo piacque, ma si persero nella burocrazia». Dopo 2 anni, si va in Spagna. «A Lleida. c'erano del cugini, mi aiutarono. E a Barcellona trovai lavoro. II Barça mise Leo sotto contratto nel 2000, gli diede l´appartamento, lo fece studiare». Sacrifici tanti: «Si pensa: che fortuna avere un figlio campione. Ma non si sa quanto ha sofferto Leo fra medicine e palestra per 3 anni. L'ha aiutato l'amicizia dei ragazzi della Masía, la solidarietà di questo gruppo di ferro», iandi

LA SCHEDA
169 CM
PER 67 KG
CARTA D'IDENTITÀ
Lionel Messi è nato a Rosario Il24 giugno 1987 Dai 4 ai 7 anni al Grandoli, dai 7 ai 12 a Newell's Old Boys, è al Barcellona nel 2000, dopo le giovanili debutta nella Liga il 16-10-04 (a 17 anni).

BARÇA
In Liga ha giocato 104 partite, 50 reti (19 quest'anno), In Champions 28 (16 gol), in c. Re 15 (8), 1 in Supercoppa europea e 2 in quella spagnola: in totale 150 presenze e 72 gol. Ha vinto 2 Liga, la Champions '06,1 Supercoppa spagnola.

ARGENTINA
Ha esordito il 17-8-05 5 In Ungheria (1-2), espulso dopo 90 secondi per un fallo di reazione; in totale 36 match e 12 gol. Ha vinto il Mondiale Under 20 nel '05 e loro olímpico '08.




Versión original en castellano sin editar

“La única y verdadera patria de los hombres es la infancia”, afirmó alguna vez el francés Antoine de Saint-Exupery autor del célebre libro “El Principito”. Y tal vez sea cierto.
Lionel Messi es un astro indiscutido del fútbol mundial. Su formación profesional es producto, en gran medida, de La Masía, la mítica escuela de talentos del Barcelona FC. Pero también existe otra parte de la historia que es menos conocida aunque no menos importante: su infancia.
Compartiendo el sentimiento de Saint-Exupery, es necesario entonces conocer un poco Rosario, la ciudad natal de Messi. Allí tuvo su primer contacto con una pelota. Allí germinaron sus primeros sueños de fútbol e hizo las primeras proezas futbolísticas aún dando grandes ventajas físicas debido a los conocidos problemas hormonales que padecía. También en Rosario lo hicieron jugar por primera vez en una cancha de once, con apenas nueve años. Es decir, Messi llegó a España con varias nociones básicas adquiridas.
Así como hay ciudades reconocidas en el mundo por fabricar muy buenos automóviles, otras por sus métodos para elaborar bebidas alcohólicas o quesos exquisitos, Rosario es reconocida como la Capital del Fútbol Argentino. De la inagotable cantera rosarina surgieron, entre otros, Jorge Valdano, Gabriel Omar Batisuta, Roberto Sensini, José Chamot, Abel Eduardo Balbo, Juan Antonio Pizzi, Javier Mascherano, Martín Demichelis, Maxi Rodríguez y Walter Samuel. También entrenadores como Marcelo Bielsa y César Luis Menotti. Incluso el primer jugador sudamericano transferido a Europa es rosarino y de Newell´s Old Boys como Messi: Julio Libonatti, que jugó en el Torino entre 1925 y 1932 e integró la selección italiana en 18 oportunidades, convirtiendo 15 goles.
Rosario es una de las ciudades más importantes de la República Argentina. Está situada al centro-este del país y tiene una población aproximada de un millón doscientos mil habitantes. Es un lugar en el que se vive el fútbol con una intensidad y pasión únicas. Newell´s Old Boys y Rosario Central juegan en la primera División del fútbol argentino y son rivales clásicos. Cuando juegan entre sí se paraliza la ciudad y el resto del país está pendiente. Tiro Federal juega en la segunda división y tiene serias aspiraciones de ascender. En tercera está Central Córdoba y en la cuarta Argentino de Rosario. Además, existen varios clubes menos trascendentes y más pequeños diseminados por toda la ciudad. Por si esto fuera poco, está Renato Cesarini, una escuela de fútbol reconocida en el mundo. Es el club amateur más importante de Argentina y le provee al fútbol profesional de ese país un promedio de 30 jugadores por año, además de otros tantos que emigran a diferentes lugares del planeta.
Por todo esto, no resulta extraño que un jugador como Lionel Messi haya aparecido en una ciudad como esta.

EL DISTINTO
Lionel Andrés Messi nació el 24 de junio de 1987 en la Clínica Italiana de Rosario. El doctor Norberto Odetto fue quién atendió el parto de Celia Cuccittini de Messi y quién confirmó que Lio había nacido pesando 3,600 kilos.
Los vecinos lo recuerdan todavía muy esmirriado y pequeño pegándole a una pelota en la estrecha calle Lavalleja del barrio La Bajada, en el sur de la ciudad, dónde está ubicada la casa en la que vivió durante su niñez junto a sus padres, sus hermanos mayores Rodrigo y Matías, y a la más pequeña, María Sol. Actualmente todos viven en Barcelona menos Matías que se quedó en Rosario. El resto de los Messi regresa periódicamente para verlo y visitar también otros familiares. Cuando están en la ciudad ya no residen en La Bajada sino que tienen una muy bonita morada en Arroyo Seco, a diez kilómetros afuera de Rosario, dónde un gran muro resguarda su intimidad. Rodrigo está casado, es padre de familia y trabaja como chef en Barcelona. María Sol tiene 15 años y estudia. A ella le costó mucho adaptarse a Cataluña por eso en los primeros tiempos regresaba seguido con su madre. Con respecto a Matías, en octubre del año pasado fue detenido por portación ilegal de un arma de fuego. Estuvo nueve horas en una comisaría rosarina y se le abrió una causa penal por tener sin permiso un arma sin numeración y cargada con cinco proyectiles. Antes también había tenido inconvenientes penales. Estuvo implicado en denuncias de tres delitos cuya resolución judicial es desconocida: un caso de robo en 2000, uno de lesiones en 2001 y un hecho de amenazas en 2002.
Cintia Arellano, es vecina de la familia y compartió con Lionel el jardín de infantes y la escuela primaria. Más allá que perdieron contacto fluido, ella todavía lo recuerda con nitidez. “Era tímido y callado. Y sólo salía a la calle para jugar a la pelota. Le pegaban mucho los otros chicos porque era rápido y tenía mucha habilidad. Cuando se caía, lloraba un rato pero enseguida se paraba y seguía corriendo. Se notaba que era distinto”.
Su primer contacto con el balón fue a los cuatro años en el club Agrupación Infantil Abanderado Grandoli, que no es otra cosa que una cancha de tierra ubicada a quince cuadras de la casa de su infancia, insertada entre un conjunto de edificios lumpen del Fondo Nacional de la Vivienda. Un proyecto habitacional que pretendía erradicar las villas miseria pero que no cumplió su cometido. La desidia política y la falta de interés del resto de la sociedad hizo de esta zona un caldo de cultivo para la proliferación de las drogas, la prostitución y el delito. Como el Estado brilla por su ausencia, Grandoli aparece como un fósforo en medio de la oscuridad.
Allí jugó hasta los seis. “Ya era un jugador distinto. Me acuerdo que agarraba la pelota y eludía a todos. Jugaba siempre en categorías mayores y se destacaba mucho. Le pegaban duro, pero siempre fue un jugador con condiciones sobrenaturales, si se me permite la expresión. Nació sabiendo. Yo lo único que hice fue pararlo en una cancha”, contó hace unos años, Salvador Aparicio su primer entrenador, fallecido en diciembre de 2008.
Aparicio hizo “debutar” a Messi en 1991 porque le faltaba un jugador de la categoría ´86. El DT se encontró con Lionel cuando pateaba una pelota contra la tribuna de cinco escalones donde se ubican los familiares de los chicos. Había ido junto a su madre y su abuela materna para ver a uno de sus hermanos. Cuenta la leyenda que su mamá dudó pero que Aparicio la convenció diciéndole que lo pondría del lado de la tribuna porque si se ponía a llorar, ella estaba al lado para sacarlo. Pero no hizo falta porque en la segunda pelota que tocó empezó a gambetear para nunca más detenerse.
Sin embargo, en Grandoli quedó una sensación agridulce con Messi. “No tiene relación con el club. Se acercó hace alrededor de seis años y trajo unos balones pero nunca más volvió. En la historia del fútbol, se cuentan con los dedos los jugadores que recuerdan los lugares donde empezaron a jugar”, señala con un dejo de tristeza Oscar López, presidente del club en aquellos años. Grandoli tiene necesidades de todo tipo pero no pretende ayuda material perecedera sino un gesto que les permita trascender. “Se necesita mucha motivación para los chicos de esta zona. Si Messi anduviera por acá cada tanto, nos permitiría que se acerquen más niños y más gente a colaborar. Eso haría que se potencie la posibilidad de que surjan otros jugadores. Su sola presencia generaría muchas cosas positivas”, sostiene López que hoy preside la cooperadora que recauda fondos para el club. Y agrega: “Esto es como una familia, nos encantaría que volviera un hijo pródigo pero de ninguna manera queremos crearle una obligación. Esté o no él, nosotros tenemos que seguir funcionando para hacerle un bien a la comunidad. En este momento vienen a jugar 85 chicos al club”. Vale aclarar que Grandoli nunca recibió un solo centavo por derechos de formación del jugador. Más allá del poco tiempo que están a veces los jugadores, estos clubes son fundamentales para que los chicos tengan su primer contacto con un balón y para alejarlos de la calle. “Cada vez se hace más difícil conseguir los elementos indispensables, como las pelotas, para mantener abierto el club”, sostiene López.

LEPROSO
Los Messi son todos de Newell´s excepto Matías que es de Rosario Central. Hinchas y futbolistas de Newell's son conocidos como Leprosos porque a principios del siglo XX fueron invitados a celebrar un encuentro a beneficio de enfermos de lepra de la ciudad frente a Rosario Central. Los de Newell's aceptaron y recibieron entonces el apodo, mientras que sus adversarios no, y desde entonces se los conoce como Canallas. Con el tiempo el apodo tomó tanta magnitud que se transformó en un emblema para toda la gente de Newell's. Messi llegó al club en 1995 con ocho años y se fue a los doce. Oscar Morales es el entrenador las divisiones inferiores que más tiempo lo tuvo en Argentina. Morales todavía se desempeña en el club y aclara una situación sobre la que hubo muchas versiones: la ayuda que recibió en Argentina cuando debía tratarse por su problema de crecimiento. “Yo mismo llevé al coordinador del fútbol infantil a la casa de los Messi para que se comprometa a hacerse cargo del dinero que costaba el tratamiento de Lionel. Y así fue. Desde entonces, la escuela de fútbol de Newell´s se hizo cargo del tratamiento”. Con respecto a la posibilidad de jugar en River Plate, Morales explica que sólo fue una prueba y que inmediatamente lo quisieron fichar. “Lio no estaba viniendo a entrenar porque hubo un malentendido y no le habían dado un trofeo por un campeonato que había ganado. Entonces lo invitaron a probarse en River. Lo dejaron para lo último y apenas lo vieron jugar diez minutos. Pero enseguida le propusieron quedarse en el club, dónde nada sabían de su problema de salud”.
En el ámbito infantil Messi ya se destacaba pero a nivel institucional el club no se manejaba de manera desprolija y hasta se sospecha que de manera irregular. “Respeto la decisión de los padres de llevárselo porque con la dirigencia que había en ese momento en Newell´s no se que hubiera pasado. Si lo hubieran apoyado o si lo hubieran vendido antes”, cuenta Morales que continúa buscando talentos por todo Rosario.
En 1999 la familia Messi desaparece de Rosario sin avisar en el club y nadie sabía nada sobre su paradero. Jorge Messi había conseguido una oportunidad laboral superior a la que tenía en Argentina y partió rumbo a España con su familia. “Le perdimos el rastro durante un año y medio. Entonces aparece en la prensa la información de un joven rosarino que se destacaba en el Barcelona FC: era él”, recuerda Morales.
Una de las anécdotas deportivas más jugosas que vivió el entrenador sucedió una vez que Messi llegó tarde a un partido porque su padre no había salido a tiempo del trabajo. “Su papá no juega y usted podría haber venido con otro compañero. Va a ir al banco de suplentes porque se perdió la charla técnica”, le dijo Morales con picardía. Los chicos de Newell´s se fueron al entretiempo perdiendo 2 a 0. Ni bien arrancó la segunda parte el equipo contrario convirtió el tercero. Entonces ingresó Messi. “Esa tarde convirtió tres goles y le hizo hacer el cuarto al centrodelantero. No me olvido más de eso porque además era una semifinal”, recuerda Morales. “El sueño mío es que aparezca alguna vez por el predio del fútbol infantil y les deje un mensaje a los chicos. Él era de Newell´s y se entrenaba como ellos”, se ilusiona.
Con respecto a su forma de ser, no parece haberse modificado bastante respecto de lo que se ve por estos días. Tímido, introvertido y siempre muy atento a lo que le decían los entrenadores. “Era de escuchar mucho y de hablar poco. Además, no había que repetirle los conceptos porque los recordaba con facilidad”, asegura Morales.

UN ALUMNO EJEMPLAR
La etapa escolar primaria de Messi transcurrió en la escuela número 66 General Las Heras. Allí también lo recuerdan con mucho afecto. Una escuela del estado, bien cuidada que mantiene los mismos profesores que tuvo Lionel. Diana Ferreto fue su maestra de preescolar y tiene guardadas algunas fotos en el colegio porque permanentemente es visitada por la prensa internacional. “Lo recuerdo como un chico tímido y dulce. A medida que fue creciendo iba demostrando su habilidad. Los chicos más grandes lo buscaban para que integre sus equipos”, recuerda con emoción. Ferreto también destaca la presencia de la familia en la escuela y cuenta que en varias oportunidades se acercan cada tanto para averiguar si se necesitaba algo.
La escuela no es el mismo lugar después de Messi y todos están acostumbrados a recibir a la prensa para contar detalles de la vida de su célebre alumno. La última vez que estuvo allí fue en 2007 y las maestras se asustaron porque los chicos se descontrolaron con la presencia del astro. “No sabíamos como poner orden todos querían un autógrafo y una foto, fue una situación que nos desbordó”, dice Ferreto.
Parece increíble que en tan poco tiempo de vida, Lionel Messi haya tenido tantas experiencias disímiles, casi salidas de un cuento de hadas. De jugar en una cancha escondida en Rosario a convertirse en el futbolista más joven en convertir un gol en un encuentro de liga para el Barcelona. O de patear soportar las patadas en partidos callejeros a tener que soportarlas en un Mundial o en la Champions League. Y aunque la historia continúa su infancia ya fue escrita en Rosario.

RECUADRO NO PUBICADO
EN LOS GENES
Lionel Messi no es el único jugador de fútbol de la familia. Sus primos hermanos por parte materna, los Biancucchi también se destacan jugando al fútbol. Maximiliano es una de las figuras del Flamengo de Brasil. Tiene 24 años y juega de atacante. Su hermano Emmanuel es centrocampista y tiene 20 años. Integra la plantilla del 1860 de Munich y tiene una relación de amistad con Lionel, quién incluso le ha dedicado algunos goles. “El está por arriba de todos, en lo único que coincidimos futbolísticamente es en que somos zurdos”, dice Emmanuel. También en la dinastía aparece, Bruno que apenas supera los diez años y en Renato Cesarini hablan maravillas de él.

lunes, 27 de abril de 2009

MAURO E I SUOI FRATELLI / LA FAMIGLIA NEL PALLONE

ENTREVISTA PUBLICADA EN LA REVISTA SPORTWEEK EL 25 DE OCTUBRE DE 2008
Versión original en castellano - Próximamente versión en italiano

Los Zárate son una familia que vive el fútbol como pocas en el mundo. De los cinco hijos argentinos que tuvieron Catalina (italiana) y Rolando Zárate (chileno), cuatro eligieron el fútbol como medio de vida. El más grande tiene 40 años, se llama Néstor y es el único que no se dedicó a pegarle a la pelota. Luego viene Sergio, de 39, que fue el primero en convertirse en jugador. “El Ratón” fue un delantero ágil y veloz que se destacó en Argentina, México y Alemania. En la temporada 92/93 tuvo un fugaz paso por el Ancona. El tercero es Ariel, “El Chino”, de 35 años. Un enganche clásico que jugó en el Riccione en la 96-97 y en equipos de México y España. Hoy se destaca en la segunda división del fútbol argentino, jugando para All Boys. El cuarto hijo del matrimonio Zárate es Rolando, “Roly”, que es centrodelantero. Fue goleador y campeón del torneo argentino junto a Mauro en Vélez Sarsfield. También jugó 10 partidos y convirtió 3 goles en el Real Madrid, en 1999, pero tuvo que irse porque el club Merengue no quiso pagar (luego se arrepentirían) la opción de dos millones de euros que valía su pase en ese momento. Con 31 años, “El Roly” sigue convirtiendo goles en el Barcelona de Ecuador. Mauro es el menor y último de la dinastía. El orgullo de la familia y el más mimado. Así lo demuestran sus hermanos, que recibieron a Sportweek en Zeta, el exclusivo restaurant de cocina mediterránea que tienen los Zárate en la ciudad bonaerense de Ramos Mejía, al oeste de la Capital Federal.
“Yo tenía características similares a las de Mauro, con la gran diferencia de que él es un superdotado a la hora de entrenarse y yo era bastante vago. Además, él tiene más fantasía a la hora de jugar”, explica Sergio que hoy representa a sus hermanos, aunque con Mauro la dedicación es total. “Tengo con él un trato de hermano, padre y jugador retirado”, agrega.
“Mi paso por Italia me dejó una espina clavada muy fea. Cuando llegué al Ancona tenía 22 años y me recibieron como a un ídolo. La gente me trataba muy bien. ¡Hasta me habían hecho una canción! Arranqué haciendo dos goles en los primeros partidos. Pero al poco tiempo sufrí un desgarro y después no volví a ser el mismo. Jugaba un rato los segundos tiempos y no alcancé a dar todo lo que podía”, recuerda Sergio sobre su paso por la Serie A. Para él, Mauro no sólo es el mejor de la familia. “Es un fuera de serie. Está al nivel de Lionel Messi, de Kaká, del Kun Agüero y de Crsitiano Ronaldo. Sólo que su carrera fue diferente. Perdió un año en Qatar y en Inglaterra. En el Birmingham jugó sólo cinco partidos como titular e hizo cuatro goles. Alex McLeish, el entrenador, tiene bien merecido haberse ido al descenso por ser tan defensivo”, afirma enojado “El Ratón”.
Mauro creció al lado de jugadores de fútbol y con apenas cuatro años visitaba a Sergio en Italia. Ya en el comienzo de su carrera demostraba su talento y “El Ratón” también recuerda esa etapa: “Todo se le hizo fácil siempre. Fue ídolo en el club de barrio y uno de los máximos goleadores en la historia de las inferiores de Vélez. Era siempre figura, goleador y campeón en los equipos a los que iba. Marcaba una diferencia muy grande con el resto”, rememora.
Rolando y Ariel, también tienen algo para decir del benjamín de la familia. “Mauro es un cabeza dura y todo lo que se propone lo logra”, apunta Ariel. “Compartí mucho con él. Jugamos y fuimos campeones en 2005 con Vélez. Cuando lo subieron a primera con 16 años ya marcaba diferencia. Mauro es el orgullo de la familia”, cuenta Roly. Los Zárate disfrutan a pleno el presente de Mauro. “Cuando le pasa algo bueno a un hermano es como si te pasara a vos”, resumen.

JUAN MARTÍN DEL POTRO: E QUESTO È IL NUOVO PIBE DE ORO

ENTREVISTA PUBLICADA EN LA REVISTA SPORTWEEK EL 15 DE NOVIEMBRE DE 2008
Versión original en castellano

La ciudad de Tandil está ubicada en el sudeste de la provincia de Buenos Aires, a 331 kilómetros de la Capital Federal y a 169 de Mar del Plata, la ciudad elegida como sede de la final de la Copa Davis. En Tandil nacieron los futbolistas Mauro Camoranesi, Juan Ignacio “Nacho” Castillo y Mariano González. Allí nació y todavía vive, el famoso experto en naipes René Lavand, reconocido internacionalmente por realizar sus ilusiones con la mano izquierda ya que perdió la derecha a los nueve años en un accidente. En Tandil también nacieron los tenistas profesionales Juan Mónaco, Mariano Zabaleta, Diego Junqueira y Máximo González, entre otros. Y en esta ciudad, de poco más de cien mil habitantes, llegó al mundo el 23 de septiembre de 1988, Juan Martín Del Potro, uno de los jugadores más destacados de 2008 en el circuito de la ATP.
A “Juanma”, como le dicen en su ciudad, siempre le gustó mucho jugar el fútbol. Lo hacía en el club Independiente de Tandil. Cuando llegaba temprano esperaba a sus compañeros en las canchas de tenis. Hasta que un día le prestaron una raqueta. Hoy tiene 20 años y 4 títulos. Y todavía le falta jugar la final de la Copa Davis.
Del Potro sigue viviendo en Tandil aunque pasa mucho tiempo entrenándose en Buenos Aires. “Las cosas no han cambiado para mí. Lo que cambiaron son los resultados”, cuenta con la expresión seria. Y agrega: “Yo sigo siendo el mismo y me gusta estar con la gente de mi ciudad que me banca en todo momento”.

-¿Extrañás Tandil cuando estás lejos?
-Sí, bastante. Estar en mi casa, comer asado y estar con mis amigos. Es una ciudad muy tranquila dónde me siento muy cómodo.
-Medís 1,98 metros. ¿No te impulsaron a jugar otro deporte por tu estatura?
-Querían que juegue al fútbol. Jugaba de cinco o de ocho y andaba bastante bien. De chico prefería el fútbol, pero a los once años me tuve que decidir y elegí el tenis. Soy hincha de Boca y de la Juventus, dónde juega Mauro Camoranesi.
-¿Lo conocés?
-Sí, en Tandil nos conocemos todos. Incluso lo fui a ver jugar.
-Tu papá Daniel jugó al rugby, ¿nunca probaste con ese deporte?
-No. Tengo muchos amigos que lo juegan pero lo mío era el fútbol.
-¿Lo practicas seguido?
-Sí, cuando estoy en Argentina. Cada vez que puedo juego un partido de fútbol. Tenis… lo menos posible, ja.
-¿Qué ídolos deportivos tenés?
-Michael Jordan y Lance Armstrong son ídolos a nivel mundial. En el tenis, Roger Federer y Rafael Nadal son dos tipos para imitar. Y después, el ídolo de todos los argentinos: Diego Armando Maradona.


La mamá de Juan Martín, Patricia, es maestra de literatura en un colegio y ayuda a chicos carenciados. Su padre es veterinario y trabaja en el campo. La más pequeña de la familia, y la debilidad de todos es su hermana Julieta, de 16 años. A ella le regaló el Mercedes Bens CLK que ganó en julio cuando conquistó su primer torneo de ATP, en Stuttgart. Pero el dolor también es parte de la vida de Del Potro que después de cada triunfo adentro de una cancha se persigna en recuerdo a su hermana mayor que falleció en un accidente cuando era más chico.

-¿Se alteró la rutina de tu familia por el momento que estás pasando?
-No. Cada uno sigue con lo suyo. Con sus trabajos y sus estudios. Por eso no me siguen en los viajes. Ellos saben que estoy bien acompañado por mis entrenadores y se quedan tranquilos.
-¿En qué momento comprendiste que podías alcanzar el nivel en el que estás jugando?
-Cuando gané mi primer torneo de ATP en Alemania. Fue mi primera final y el rival fue Richard Gasquet. Ahí me dije: `Ahora puedo dar más con mi juego´. Gané el segundo torneo y me dije: `Esto no fue de casualidad, puedo estar ahí´. Fui confiando mucho más en mi juego. Y eso es fundamental. Porque cuando uno está con confianza y cree en sí mismo te pueden poner a cualquiera adelante que vos vas a ir al frente.
-¿Cuál ha sido el rival más complicado que enfrentaste hasta el momento?
-Hay un partido que me gustó mucho que es el que le gané Gilles Simón en el US Open, en cinco sets. El le ha ganado hace poco, en el Master Series de Madrid, a Roger Federer, Rafael Nadal y Andy Roddick. Los tenistas que más me han costado y me cuestan son Federer, Nadal y Andy Murray.
-¿Qué cosas creés que te faltan para mejorar?
-Muchas: el saque, el físico y los movimientos, por ejemplo. Día a día siempre aparece algo para mejorar. Hasta los grandes jugadores tienen cosas para mejorar. Eso se logra entrenando y con tiempo.
-¿Cuánto tuvo que ver tu cambio de entrenador?
-Mucho. Fue una gran decisión arrancar con Franco Davín. Él me ayudó muchísimo para llegar adónde estoy hoy.
-¿Tenés psicólogo?
-Nunca tuve. Prefiero hablar mucho con mi entrenador y nada más que eso.
-¿Qué posibilidades tiene el equipo argentino de ganar por primera vez la Copa Davis?
-Yo me siento muy bien y David (Nalbandian) también. Estamos todos muy contentos, esperando ese momento y con ganas de jugar. Tanto nosotros como la gente queremos ganar. Sabemos que tenemos un gran equipo enfrente. Ellos son grandes jugadores, pero nosotros tenemos la ventaja de jugar de local, con nuestra gente. Además, cambiamos la superficie. Hay que aprovechar esas diferencias.
-¿Va a ser importante el apoyo del hincha argentino?
-Será clave sentir a diez mil o doce mil personas, las que estén en el estadio, hinchando por nosotros, gritando para adelante. Sabiendo que los españoles entienden el idioma. Eso quizás los pueda desconcentrar a ellos.
-¿Cuál es la diferencia entre jugar la Copa Davis y otros torneos?
-La Davis es como la selección de fútbol. Es algo que no juega todos los días. Jugás en equipo, no sos vos sólo. Si ganás, gana el equipo. Si perdés, pierde el equipo. En otros torneos podés perder, tener un mal día o no jugar que no pasa nada. En cambio en la Davis si te pasa algo perjudicás a todo un equipo. Además, tenemos un capitán, Alberto “Luli” Mancini, y hay que respetar y hacer lo que él dice. En el circuito hacemos lo que nos gusta y arreglamos todo de acuerdo a nuestro parecer.

Por ahora Delpo, otros de sus apodos, no tiene novia. “Estoy dedicado al tenis y nada más”, responde. Aunque reconoce que le gustaría casarse antes de abandonar el tenis profesional para poder viajar un tiempo con su esposa.
Y más allá del deporte sueña con otras cosas. Porque sabe que hay vida después del tenis. “Hace dos años terminé el colegio secundario. Por ahora no tengo tiempo pero me gustaría arquitectura. Todavía soy joven y algún día ojalá pueda hacerlo”.



Versión publicada en italiano

La cittá di Tandil si trova a sud-est di Buenos Aires, a 331 km dalla capitale, e a 169 da Mar del Plata, dove da venerdì prossimo 21 novembre si disputa la finale di Coppa Davis fra Argentina e Spagna. Di Tandil è il campione del Mondo Mauro Camoranesi. Di lì sono i tennisti Juan Monaco, Mariano Zabaleta, Diego Junqueira e Máximo González. Ma, ora, la gloria locale di questa città di poco più di 100 mila abitanti è Juan Martín Del Potro, 20 anni, n.8 del ranking, la rivelazione del tennis 2008 (4 trionfi, era n.8i ad inizio aprile) e artefice del punto decisivo in semifinale di Davis con la Russia. Juanma con David Nalbandian difenderà i colori biancocelesti in finale di Davis. Da piccolo Del Potro era, in relata, innamorato del calcio. Lo giocava nell´Independiente di Tandil. Quando, spesso, arrivava all'allenamento in anticipo, aspettava i suoi compagni sui campi da tennis. Finché un giorno lo invitarono a giocare e gli prestarono una racchetta. E tutto ebbe inizio. «Le cose per me non sono mutate. Quel che è cambiato sono i risultati», racconta. «lo sono lo stesso, mi piace stare con gli amici e i concittadini che mi sopportano e supportano sempre».

Le manca Tandil quando sta, spesso, in giro?
«Si, moho. Vivere a casa, mangiare l´asado [grigliata di carne; ndr] e stare con gli amici è il mas simo. Tandil è una città tranquilla, dove mi sento a mio agio, sereno».
Leí è alto 198 cm: non le hanno mai proposto di praticare un altro sport, magari il basket?
«Ho iniziato col calcio e volevano che continuassi. Giocavo difensore centrale o mezzala, e non ero male, a me piaceva tanto. Poi a 11 anni ho dovuto fare una scelta e ho preferito continuare col tennis. Però resto un tifoso del Boca Juniors, sono amico di Palermo e Palacio, i bomber gialloblù, e della Juve, dove gioca Camoranesi».
Lo conosce personalmente?
«Sì, a Tandil ci conosciamo tutti, o quasi. Sono andato anche a vederlo giocare quand'era qui in Argentina».
Papa Del Potro ha giocato, a livello semifrro, a rugby, sport molto diffuso in Argentina.
«Papà Daniel non mi ha mai imposto milla, quindi non ho mai giocato a rugby, anche se ho vari amici che lo fanno».
E a calcio si diverte ancora?
«Sì, quando sto in Argentina mi piace giocarci con gli amici se posso. II tennis? Qui è meglio di no, ne ho fin troppo...».
Che idoli ha avuto?
«Michael Jordan e Lance Armstrong. Nel tennis Roger Federer e Rafael Nadal sono due professionisti da imitare; con Rafa, un amico, gioco alla PlayStation, e anche lì vince sempre lui. E poi l'idolo di tutti gli argentini: Diego Armando Maradona l'ho conosciuto quando avevo 15 anni. Mi disse: "Tu sei il nuovo Pibe de oro, Del Potro..."».
Nel 2002 infatti aveva appena vinto l'Orange Bowl, il più importante trofeo Under 14. Ci parla della sua famiglia?
«Mamma Patricia è insegnante di lettere in una scuola superiore e aiuta i ragazzi in difficoltà. Papà è veterinario e lavora in giro per le campagne. Mia sorella Julieta ha 16 anni, ed è il nostro "debole", sempre coccolatissima».
Tanto che lei le ha regalato la Mercedes Benz, vinta al suo primo titolo Atp, a Stoccarda. Ma il dolore ha segnato la sua famiglia, con la morte di sua sorella maggiore, scomparsa quando lei era piccolo. II suo successo ha cambiólo qualcosa in casa?
«No, ognuno continua nelle sue attività. I miei di solito non vengono con me in giro per tornei. Sanno che sono ben accompagnato e guidato dai miei tecnici e sono tranquilli».
Qíuando ha capito che poteva raggiungere il livello di gioco e classifica che ha ora?
«Dopo il primo successo Atp in Germania, era la mía prima finale, col francese Gasquet. Là mi son detto "Ora posso ottenere di più col mio gioco". Poi dopo una settimana ho vinto il 2° titolo a Kitzbühel e ho pensato: "Allora non è un caso, posso rimanere in alto". Ho iniziato ad aver più fiducia nei miei mezzi. E questo è fondamentale. Perché se si ha autostima si può affrontare chiunque e giocarsela».
Qual è stato sinora il rivale più difficile che ha affrontato?
«C'è una partita che mi è piaciuta in particolare, quella vinta contro Gilles Simón all'Us Open, in 5 set (3° turno). II francese nel 2008 ha battuto Federer, Nadal e Blake, quindi è un giovane di gran valore. In genere i rivali che soffro di piú sono Federer, Nadal e Murray».
Che cosa crede le manchi per crescere ancora?
«Molto: la battuta, il fisico, i movimenti giusti. Ogni giorno mi accorgo che c'è qualcosa che posso perfezionare. Finanche i grandi giocatori hanno lati da migliorare. Ciò si realizza con l'allenamento e il tempo, l'esperienza».
Quanto ha contato nella sua crescita il cambio di técnico?
«Molto. È stata una giusta decisione prendere Franco Davín nel marzo scorso. Lui mi ha aiutato moltissimo per giungere a questo livello».
Ha anche uno psicólogo che la segue nei tornei?
«No, non l'ho mai avuto. Preferisco magari parlare a lungo col mió técnico».
Che reali chance ha adesso l'Argentina di vincere per la prima volta la Davis?
«Io mi sento in forma e anche David Nalbandian mi sembra al top. Siamo molto contenti e fiduciosi, aspettiamo questa finale con una gran voglia di giocarcela. Chiaro, sia noi che i tifosi sogniamo e vogliamo vincere. D'altronde sappiamo di aver di fronte un grande avversario, bravissimi tennisti. Ma noi abbiamo il vantaggio di giocare in casa, col nostro pubblico. Con una superficie diversa, non la terra che gli spagnoli amano tanto, ma il veloce. Dobbiamo approfittare di questi particolari».
Quanto conterà realmente l'appoggio del pubblico?
«Sarà la chiave: avere 10-12 mila tifosi che applaudono e gridano per noi, sapendo poi che gli spagnoli li capiscono e quindi si possono anche deconcentrare, conterà».
Che differenza fra disputare una Davis e un torneo, anche importante come uno Slam?
«La Davis è come il Mondiale di calcio per la Selección. Qualcosa che non disputi tutti i giorni; per noi tennisti poi giocare in squadra, non da soli, da più responsabilità. Se vinci dài una mano alia squadra, se perdi si perde tutti. Negli altri tornei perdere fa male, ma puoi avere un giorno storto e non succede nulla, ci sarà un altro torneo, un'altra chance. In Davis pregiudichi l'intera squadra, la nazionale. Inoltre abbiamo un capitano non giocatore come Alberto Mancini che va rispettato, e bisogna seguire quel che ci dice lui. Nei tornei Atp facciamo quel che ci piace e ci organizziamo come ci va, qui c'è il capitano al quale obbedire».
Chiudiamo con le donne: è fidanzato?
«Per ora non ce l'ho la ragazza, Mi sto dedicando al tennis. Ma mi piacerebbe sposarmi prima di lasciare la carriera tennistica, magari per poter viaggiare talvolta in compagnia di mía moglie».
Altri sogni e obiettivi?
«Beh, la vita non finisce col tennis. Due anni fa ho terminato le scuole superiori; ora non ho tempo per studiare ma in futuro mi piacerebbe iscrivermi ad Architettura. Pero sono molto giovane e ho ancora tanto tempo davanti».

martes, 12 de agosto de 2008

MIO CARO FRATELLO...

ENTREVISTA PUBLICADA EN LA REVISTA SPORTWEEK EL 19 JULIO DE 2008
Versión original en castellano

Los hermanos Esteban y Nicolás Cambiasso por estos días comparten algo más que la sangre. Es que ambos acaban de ser campeones la temporada pasada. Aunque con diferentes realidades. Esteban con el Inter y Nicolás con All Boys, equipo con el que ascendió a la segunda división del fútbol argentino. Mientras que “Cuchu” juega en uno de los clubes más importantes del mundo, Nicolás ataja en el ascenso argentino, un ambiente que sufre muchas dificultades y en dónde la infraestructura y las comodidades a veces no son las adecuadas para el desarrollo del fútbol profesional.

-¿Cómo vivieron sus consagraciones?
- Esteban Cambiasso-Tenía la plena seguridad de que el campeonato iba a ser nuestro. Aunque este final sirvió también para que la gente se diera cuenta de que no era fácil. Estos dos últimos campeonatos se daba por descontado que los teníamos que ganar. Y el fútbol hoy está muy parejo, nadie te regala nada y se sabía que iba a tener una mayor dificultad. Cuando nos tocó afrontar el último partido nosotros estábamos convencidos de qué íbamos a ganar. Hubo una hora en que las cuentas no nos daban, porque era campeón la Roma. Por ahí se siente, al decir que el Inter lo ganó en la última fecha, que nosotros hubiéramos estado atrás. En realidad el Inter lo ganó durante todo el campeonato, estando arriba por más de treinta fechas. Creo que en la sexta agarramos la punta y no la dejamos nunca.
Nicolás Cambiasso- En mi caso fue un poco impensado. En un campeonato de 42 fechas logramos sacar una ventaja de 15 puntos. No es usual pero afortunadamente se nos dio. Soy hincha del club y es el equipo del barrio. Hace quince años viví un ascenso similar a este como hincha y hoy lo vivo como jugador. No se si hubiese jugado en la tercera categoría del fútbol argentino sino hubiera sido en All Boys.
-¿Vos también sos hincha de All Boys, Esteban?
Esteban Cambiasso- No hincha, no. El campeonato del que habla Nico, fue en el año 93 y estuve sólo en algunos partidos. Tenía doce o trece años y sólo iba si jugaba de local. Es el equipo del barrio y fui el día que el equipo salió campeón. Nico fue a todos lados.

Los Cambiasso llevan al deporte en los genes, como si esa pasión se heredara. Carlos, su padre, y Tita, su madre, les inculcaron desde que nacieron el amor por el deporte. Carlos siempre fue un amante del básquet y de hecho jugó en el club del barrio, Gimnasia y Esgrima de Villa del Parque (GEVP). Tita, en cambio, era fanática del cestoball. Así fue como Federico, el más grande de los hermanos, Nicolás y Esteban se criaron cerca de una pelota. Cuando Esteban tenía tres años y Nicolás cinco, sus padres los anotaron en una escuela de básquet de GEVP, deporte que ya practicaba también Federico. Con el tiempo la pasión de Esteban y Nicolás por el básquet fue aumentando. “Mi papá nos llevaba a ver los partidos del primer equipo, y en los intervalos nos metíamos con Nico a tirar al aro. Eso me fascinaba porque yo miraba las tribunas y me imaginaba jugando con un estadio repleto de gente”, recuerda Esteban, que practicó básquet durante siete años, es decir, entre los cuatro y los once, cuando decidió apostar definitivamente al fútbol porque practicar las dos actividades era agotador. A Nicolás le pasaba lo mismo, pero como ya se destacaba en el arco, su entrenador le pidió que hiciera el esfuerzo de practicar los dos deportes porque el básquet lo ayudaba a controlar mejor el balón con las manos. En aquel tiempo también nació el apodo con el que se lo conoce al jugador del Inter. “Yo era chiquito, muy flaco y rubio como un personaje de TV que se llamaba Cuchuflito. Entonces, en GEVP me pusieron ese sobrenombre que con el tiempo se transformaría en el actual Cuchu”, completa Esteban.



-¿Cómo fue la experiencia en Europa de los dos juntos en Madrid?
Nicolás Cambiasso-Fueron dos años. Primero fuimos con un amigo y después nos quedamos solos, aunque nuestra familia nos visitaba continuamente. Pero en el día a día estábamos solos. La experiencia fue enriquecedora desde todo punto vista: profesional y personal. Si hoy le tuviera que sugerir que hacer a dos chicos de 16 y 18 años, como teníamos nosotros, que tienen esta posibilidad, les diría que vayan sin pensarlo porque no se van a arrepentir como nos sucedió a nosotros.
-¿Cómo fue la separación, cuando les tocó pasar a equipos diferentes?
Esteban Cambiasso-Se da cuando nos volvemos para Argentina. Yo paso a Independiente y él a El Porvenir, en la segunda división. Cada uno siguió haciendo su carrera y lo tomamos con naturalidad, sabiendo que es algo normal. Es utópico pensar que uno va a estar con un compañero toda la vida cambiando de club.
-¿Cómo ves tu futuro?
Esteban Cambiasso-Mi contrato con el Inter es hasta el 2010 y mi idea es cumplirlo. Después ya sabemos lo variable que es el fútbol. Pero lo dije muchas veces: me siento muy cómodo, estoy muy bien en el Inter y por suerte las cosas andan bien, aunque se que tampoco se pueden hacer muchos planes a futuro en el fútbol. Hay que vivir el día a día. Además, creo que en el club están contentos conmigo. O sea que está todo muy bien, pero el futuro nunca se sabe. Puede ser que en el club no estén más contentos conmigo, ja. Que es más probable a que yo no esté conforme con el club, en donde la verdad estoy muy bien.
-¿Cómo te sentís con lo que dijo el presidente Massimo Moratti sobre que sos el futuro capitán del Inter.?
Esteban Cambiasso- Lo tomo con mucho orgullo. Pero no hay que hacer futurología. “Pupi” Zanetti está muy bien como capitán del equipo y ojalá que siga por mucho tiempo.
-¿Tuviste la sensación de que Roberto Mancini podía irse?
Esteban Cambiasso-No tiene importancia a esta altura si yo tenía la sensación o no de que se iba. Hay que asumir la realidad y punto.
¿Qué te dejó Mancini como entrenador?
Esteban Cambiasso-Muchísimo. Es difícil enumerar puntualmente qué, pero he pasado muy buenos años con él y tuve una excelente relación, tanto en lo personal como en lo profesional.
-¿Qué opinión tenés de Mourinho?
Esteban Cambiasso-No lo conozco y se lo mismo que saben todos. Tiene una gran experiencia y espero que nos sea útil.
-¿Puede aportar su conocimiento para la Champions?
Esteban Cambiasso-Él ha tenido buenos resultados pero la Champions es una de las competiciones que hay que afrontar y no depende todo de eso pero ojalá podamos conseguir buenos resultados con él.
-¿Y en lo deportivo qué objetivos tenés?
Esteban Cambiasso- Uno nunca se cansa de ganar. Los objetivos se renuevan constantemente y ganar es lo más lindo. Es sentir que se llegó al objetivo y que todo el trabaja tuvo su fruto. Uno es tratar de seguir estando en la Selección. Va pasando el tiempo y el Mundial se acerca cada vez más. Ese es el gran objetivo.



Esteban y Nicolás, junto con el mayor de los hermanos, Federico también tienen una empresa de indumentaria deportiva creada hace siete años llamada Balompié que le provee indumentaria al Club Parque dónde empezaron con el fútbol y a Bahiense del Norte, el equipo dónde comenzó a jugar al básquet Emanuel Ginóbili. Y el sueño de jugar juntos una vez más es una posibilidad abierta en la vida de ambos: “No, no lo hablamos pero nos gustaría”, confiesa Cuchu con una sonrisa.


Nicolás Cambiasso- Yo creo que él sufriría mucho si jugáramos juntos porque los familiares de los arqueros sufren más que los de otros jugadores. El que te ve jugar quiere que no te lleguen nunca al arco. No quieren que toques la pelota. Sería lindo jugar juntos pero creo que sufriría mucho más el que yo.
-¿Vos que pensás?
Esteban Cambiasso- Estoy de acuerdo con Nicolás. Cuando estuvimos juntos, tanto en los partidos como en los entrenamientos, la sensación la tuve. Uno está siempre pendiente de los movimientos propios pero siempre mira de reojo lo que está pasando con el otro. Cuando iba a verlo sufría bastante. Ver a un arquero que es tu familiar es difícil porque su equipo va ganando tres a cero y no estás tranquilo. Un delantero hizo dos goles y por más que después erré otros dos se terminó el partido para él. El volante difícil que haga algo muy mal para llamar la atención. Pero el arquero se equivoca y queda muy expuesto. No se termina nunca el partido para él. Puede atajar un penal pero después en un corner se le escapa la pelota entre las piernas y hace un papelón. Aunque si hablás con mi mamá ella te va a decir que mira más tranquila un partido de Nicolás que un partido mío por el tema del contacto físico. Yo estoy más expuesto a los choques y los golpes que él. Ella no lo mira tanto por el lado futbolístico sino por el lado físico, con la mirada de madre, y lo único que le interesa es que no nos lesionemos.

Esteban Matías Cambiasso Deleau
Fecha de Nacimiento: 18 de agosto de 1980
Trayectoria: Real Madrid Castilla (España – 2da División) 1996-1998, Club Atlético Independiente 1998-2001 (Argentina), Club Atlético River Plate (Argentina) 2001-2002, Real Madrid 2002-2004 (España), Internazionale de Milano (Italia) 2004-actualidad
Títulos: Clausura 2002 (River), Liga Española 2002/03, Supercopa de Europa 2002, Copa Intercontinental 2002 y Supercopa de España 2003 (Real Madrid); Copa Italia 2004/05, Supercopa de Italia 2005, Copa Italia 2005/06, Scudetto 2005/06, Supercopa de Italia 2006, Scudetto 2006/07, Scudetto 2007/08 (Inter)
Con la selección Argentina: Sudamericano Sub20 1997 (Chile), Mundial Sub20 1997 (Malasia), Sudamericano Sub20 1999 (Argentina)


Nicolás Carlos Cambiasso Deleau
Fecha de Nacimiento: 2 de marzo de 1978
Trayectoria: Real Madrid Castilla (2da División - España) 1995-1999
El Porvenir (Nacional B - Argentina) 1999-2002
Defensores de Belgrano (Nacional B - Argentina) 2002-2003
Olimpo de Bahía Blanca (Primera División - Argentina) 2003-2006
All Boys (Primera B - Argentina) desde 2007
Título: Campeón 2007/08 de la Primera B Metropolitana con All Boys


Versión publicada en italiano*

Quest'estate i fratelli Cambiasso hanno condiviso le feste. Esteban per lo scudetto con l´Inter e Nicolás, portiere dell'All Boys, per la promozione dalla 3a alla 2a serie argentina. L´interista, a Milano dal 2004, arrivato a costo zero dal Real Madrid, all'avvio della nuova stagione riparte da dove aveva lasciato: «Ho sempre avuto la certezza che l'ultimo campionato sarebbe stato nostro. Benché un finale così combattuto sia servito a far capire alla gente che non era facile né scontato vincerlo. Nel calcio di oggi non ci sono più grandi differenze, nessuno regala nulla e noi sapevamo che sarebbe stato píù difficile confermarsi. Ma all'ultimo match, a Parma, eravamo convinti che ce l'avremmo fatta. Sì, c'è stata quasi un'ora nella quale il titolo era andato a Roma, e lì a mezz'ora dalla fine del torneo è venuta fuori l'Inter, s'è visto quanto ci tenessimo a vincere. Ma lo scudetto l'abbiamo conquístato in un lungo anno, siamo stati in testa per quasi tutto il campionato». Per Cambiasso senior (Nicolás è maggiore di 2 anni), il torneo di Primera B Metropolitana è stato più facile: «In un campionato di 42 squadre abbiamo chiuso con un vantaggio di 15 punti sulla seconda. Io sono sempre stato tifoso dell'All Boys, squadra dove ha iniziato gente come Redondo, Tévez, Gago e Riquelme, È il club del nostro quartiere. Mi ricordo di un'altra promozione, 15 anni fa, ero solo un tifoso, andavo anche in trasferta. Ma dal campo è meglio: non so se avrei mai giocato in 3a serie se non fosse stato per il mio club del cuore». «Io invece», interviene Esteban, «di quel torneo del '93 vidi solo i match casalinghi, avevo 12 anni. Ma anch'io ricordo la festa per la promozione». I Cambiasso hanno lo sport nei geni. Papà Carlos giocava a basket nel club del barrio, il Gimnasia y Esgrima de Villa del Parque (Gevp), zona residenziale a Ovest di Buenos Aires; mamma Tita praticava il cestoball, una specie di basket 6 contro 6, con una palla che non va palleggiata ma solo passata al volo e lanciata nel cesto. E il fratello maggiore Federico è cresciuto su un campetto di calcio. Quando Esteban aveva 3 anni e Nicolás 5, il papá li iscrísse alla scuola basket del Gevp. La passione per la palla a spicchi è cresciuta col tempo. Racconta l'interista: «I miei ci portavano a vedere le partite della prima squadra e nell'intervallo io e Nico provavamo a far canestro. Mi affascinavano le tribune piene di gente, e mi immaginavo a giocare in uno stadio...». Esteban ha giocato a basket fino a 11 anni, quando scelse solo il calcio. Nico invece continuò con entrambe le discipline perché il tecnico del calcio gli aveva consigliato di non abbandonare il basket in quanto, da portiere, lo avrebbe aiutato nel controllo-palla. Allora è nato il soprannome del centrocampista interista, el Cuchu: «Ero piccolo, molto magro e biondissimo, come un personaggio tv che si chiamava Cuchuflito. E divenni Cuchu». La prima esperienza calcistica da grandi i due Cambiasso l'hanno fatta però a Madrid: al Real B, il Castilla, dal '96 al '98. «All'inizio andammo con un amico, ma presto restammo da soli», ricorda Nico, «anche se i nostri genitori venivano spesso in Spagna. Io avevo 18 anni, Esteban 16. Un'esperienza che ci ha arricchito tanto, da tutti i punti di vista. E la consiglierei oggi ai ragazzi di quella età, non se ne pentirebbero». «Ma sapevamo che prima a avremmo dovuto dividerci», dice l'interista. «Questo accadde quando tornammo in Argentina: io all´Independiente, Nico al Porvenir [serie B, ndr] e di lì strade si separarono. Sarebbe stata utopia restare sempre assieme». Ora Esteban ha un contratto con l'Inter fino al 2010: «Il mio obiettivo è rispettarlo, poi vedremo. A Milano mi trovo a mio agio e le cose vanno bene. Anche se so che i programmi nel calcio hanno vita breve... Comunque credo che nel club siano contenti di me». II presidente Massimo Moratti, lodandolo, a marzo ha detto che il Cuchu sarà il futuro capitano nerazzurro, «l'affare migliore della mia gestione», l´ha definito. Esteban replica: «Sono molto orgoglioso di queste parole. Ma non mi occupo di futurologia. Zanetti è valido come capitano e mi auguro che continui con noi a lungo». Poi parla degli allenatori: «Devo dire che Mancini mi ha dato moltissimo, e difficile elencare i suoi meriti, con lui ho trascorso dei bellissimi anni, ho avuto ottimi rapporti personali e professionali. Ora c'è Mourinho, ma io non lo conosco se non per quello che di lui sanno tutti. Ha una grande esperienza e spero che ci sia utile. Lui ha ottenuto buoni risultati in Champions, ne ha vinta una, ma quella e solo una delle competizioni che dovremo affrontare, e non dipende tutto solo dall'Europa. Magari si riuscisse a vincere anche con lui. Perché non ci si stanca mai, è troppo bello. Vuol dire aver raggiunto l'obiettivo di un lavoro, che il tuo sforzo ha avuto frutti. Poi vorrei continuare in nazionale. Si stanno già giocando le qualificazioni per Sud Africa 2010 e il Mondiale è il mió grande obiettivo». L´altro è un sogno: tornare a giocare insieme. «Eh sì, ci piacerebbe», confessa il Cuchu. «Anche se da piccoli, quando giocavamo nella stessa squadra, mi distraevo osservando Nico. Perché avere un portiere per fratello è una sofferenza: la squadra può vincere anche 3-0 ma se fa una stupidaggine se lo ricordano tutti. Mia madre invece era contenta: per lei un portiere, non avendo contrasti non si fa mai male...». A Baires se non altro i Cambiasso fanno squadra negli affari. Col fratello Federico 7 anni fa hanno creato un'azienda di abbigliamento sportivo, Balompié (calcio), che fornisce le divise al Club Parque, la loro prima squadra di calcio, e alla Bahiense del Norte, team dove mosse i primi passi la stella del basket Manu Ginobili e dove è dirigente Jorge, padre del cestista. Fra famiglie di campioni ci si capisce facilmente.

*Por un error en la traducción se consigna que Redondo, Tévez, Gago y Riquelme surgieron en All Boys, cuando en realidad debe decir en el Club Parque.

miércoles, 25 de junio de 2008

ATTENTI A QUESTI DUE: NÉSTOR SENSINI Y DIEGO SIMEONE

ENTREVISTA PUBLICADA EN LA REVISTA SPORTWEEK EL 17 MAYO DE 2008

Sportweek: -¿Qué te pareció el fútbol argentino después de tantos años en Italia?
Roberto Sensini: -Pobre no es. Tengo la misma sensación que tenía viéndolo desde afuera. En Argentina, como en gran parte del mundo, el resultado es muy importante. Eso quita un poco de espectáculo. Esa presión que se genera durante toda la semana por ganar hace que por momentos no se juegue bien. Se corre muchísimo. El desgaste físico que hacen los jugadores es enorme. Esas son las sensaciones que tenía desde afuera y que ahora estoy verificando. Es un fútbol muy parejo. Se puede perder con el último y ganarle al primero. Pero haciendo las cosas medianamente bien se puede llegar a pelear por el título.
Diego Simeone: -El fútbol argentino es muy técnico, tiene mucha conducción y mucha vorágine. Pero muy poco juego. Se corre mucho con la pelota. Parece que el ritmo es más rápido que en Europa, pero en realidad, se juega menos y se corre más. Creo que esas son las características más salientes.

Sportweek: -¿Fue difícil pasar de jugador a entrenador?
Roberto Sensini: -Simple no fue porque era una situación bastante anormal. Con mis compañeros, de los cuáles pasé a ser técnico en pocas horas, tenía un compromiso dentro del vestuario. Era difícil poder ejercer o cumplir al cien por cien la parte de técnico. No fue simple. Creo que un poco me dejé llevar por el momento que estaba pasando en el Udinese. Por las ganas de ayudar al club, a mis propios compañeros que después fueron mis jugadores. Me dejé llevar por eso. No la tomo como una experiencia negativa pero tal vez en ese momento no estaba preparado.
Diego Simeone: -La verdad que no fue difícil para mí. De hecho me encantó. Entendí al otro día de dejar de jugar que ya no era futbolista y que de ahí en adelante sería entrenador. Psicológicamente no fue para nada complicado porque sigo viviendo de la misma manera que cuando era jugador pero ahora soy entrenador. Cuando decidí retirarme, el duelo me duró media hora, debajo de la ducha. Después ya estaba con la cabeza en el desafío de ser entrenador.

Sportweek: -¿El hecho de haber jugado en el puesto que jugaste influye en la estrategia que utilizás en un equipo dentro de un campo de juego? ¿Qué sistema táctico preferís?
Roberto Sensini: -Que haya sido defensor no quiere decir que piense en defenderme y después ver si viene el gol. Todo lo contrario. Mi idea es tratar de que a cada jugador que ponga en un puesto se sienta cómodo y pueda rendir al cien por cien. Es normal después tener un dibujo táctico. Con Estudiantes jugamos con cuatro defensores o con tres. Pero eso lo puedo hacer porque están muy bien mis jugadores. Adelante, la idea es mantener tres atacantes que a veces no es simple por una cuestión de equilibrio.
Diego Simeone: -Quizás por el hecho de haber jugado tantos años en la mitad de la cancha tenga más lectura de lo que pasa atrás o a adelante. Y por eso se pueden ver mejor algunas situaciones. Pero eso no quiere decir que las vea bien o mal. Las veo distinto. No hay un táctica en particular para mí. Hay jugadores con diferentes características y como entrenadores nos tenemos que adaptar a lo que mejor tenemos dentro del plantel. Me gusta ser ofensivo, pero la mejor forma de atacar es ser ordenado. Primero la seguridad, es decir, defenderse.

Sportweek: -¿Qué rescataste tácticamente en Italia? ¿De qué entrenador aprendiste más?
Roberto Sensini: -Lo que aprendí en la parte táctica, después de tantos años en Italia es como se trabaja ya que es dónde hice gran parte de mi carrera como jugador. Como técnico valoro a todos los que tuve. Empecé con Bruno Mazzia, tuve a Franco Scoglio, a Azeglio Vicini, a Albertino Bigon. Estoy hablando del Udinese. Después pasé a Parma dónde tuve a Nevio Scala, después llegó Carlo Ancelotti. También a Sven Göran Eriksson en Lazio. Tuve grandes técnicos y a cada uno de ellos traté de sacarles algo. Y hoy hay momentos en los que me sirve lo que ellos me han enseñado o cada cosa que ellos decían en ese momento. Pero copiar tampoco es bueno. Luciano Spaletti es aquel con el que comparto muchas de las cosas que hoy hace o que hacía como técnico en el Udinese. Uno trata de reflejarse en los técnicos que tuvo. Con Spaletti hablamos pero cada uno es celoso de las cosas que hace y se las queda para sí mismos. Cambiar ideas o tocar un tema puntual y profundizarlo, sí. Spaletti es el último que tuve y es con el que más charlé.
Diego Simeone: - En todos los lugares donde estuve aprendí. Pero a mí el fútbol italiano me marcó. Me gusta porque creo que son equipos que se ordenan muy bien y llegan a lugares importantes. Me siento identificado. A lo largo de mi carrera tuve entrenadores muy importantes y aprendí de todos. Algunos te marcan más que otros, pero yo tengo mi propia identidad. Roberto Mancini, Luigi Simoni y Sven Göran Eriksson son algunos de los que tuve. De distintas características pero importantes. Eso sí, no soy pedirle consejos a ninguno, tengo una identidad propia.

Sportweek: -¿Te ayudó haber jugado tantos años en Europa para ser entrenador?
Roberto Sensini: -Toda experiencia sirve. Como técnico me están sucediendo algunas cosas que ya viví como jugador. Perder un partido en el último minuto, por ejemplo. Creo que sirve como para estar preparado y poder buscarle un solución. Eso no quiere decir que porque uno estuvo jugando tanto tiempo en Italia o en la Selección Argentina va a ser mejor o peor técnico que otro. Pero hay muchas situaciones que uno ya las vivió por mucho tiempo y a veces es más fácil resolverlas.
Diego Simeone: -Es imposible tener historia sin recorrerla. Hay algunos entrenadores con mucha trayectoria que llegan a un equipo y les va mal. Y hay técnicos sin historia que salen campeones enseguida. Podés tener muchos años entrenando y no haber ganado nada. Yo trato de acordarme de qué es lo que me gustaba y de qué no para no equivocarme sabiendo que ciertas decisiones van a causar disconformidad. Ahí es cuando más apelo a mí experiencia como jugador.

Sportweek: -¿Hasta cuando tenés contrato en Estudiantes de La Plata?
Roberto Sensini: -Por un año. Hasta diciembre de 2008.
Diego Simeone: -Firmé contrato por un año, hasta diciembre de 2008.

Sportweek: -¿Y cuáles son los objetivos que se plantearon con el club?
Roberto Sensini: -En este momento tenemos dos objetivos importantes. Uno es la Copa Libertadores, que por la historia del club, es muy sentida. Ese es un objetivo importantísimo. Y después el campeonato porque creo que uno no tiene que pensar en un solo objetivo. Va a llegar un momento en el que no vamos a poder seguir en los dos. De acá a un tiempo se va a delinear el camino que vamos a seguir. El objetivo principal de este club es mantenerse siempre como protagonista en cualquier cosa que juegue.
Diego Simeone: -Mi objetivo es tratar de que River juegue bien y logre un identidad. No miro diferente la Copa Libertadores o el Campeonato. Acá en River hay que ganar siempre. También quiero crecer como entrenador. Voy intentar que la gente venga a la cancha y sepa a qué juega el equipo. Que se identifique. Aspiro a que haya una comunión entre el jugador y el hincha.

Sportweek: -¿Qué otros equipos creés que pueden ser protagonistas en la Copa y el Torneo local?
Roberto Sensini: -Boca. Lo pongo porque está siempre ahí arriba. Cualquier cosa que jueguen la quieren ganar. Y River Plate, que más allá del cambio de entrenador, con el “Cholo” Simeone que empezó hace poco, tiene un gran plantel y es uno de los que mejor se ha reforzado junto a Boca y a San Lorenzo. Son estos los equipos con los que uno tendrá que pelear. Después siempre aparece Lanús al que por momentos lo puede condicionar un poco la Copa Libertadores. Como a nosotros. Todos los equipos que están ahí arriba o que quieren pelear el campeonato y tienen la Copa están condicionados porque juegan cada tres o cuatro días y no presentan nunca el mejor equipo al cien por cien. Eso te condiciona. Independiente o Velez que no tienen que jugar la Copa pueden estar arriba en el campeonato también. Pero por nombre, por recambio y por historia, Boca es el equipo a vencer.
Diego Simeone: -Hay varios equipos. En el campeonato local Estudiantes de La Plata, San Lorenzo, Boca y Tigre creo que van a ser muy duros. Y en la Copa Libertadores creo que todos los equipos están en un nivel muy parejo y hay que pensar cada fase en su momento.



Sportweek: -¿Qué jugadores del fútbol argentino te sorprendieron?
Roberto Sensini: -Pablo Piatti, de mi equipo, es uno. Es un jugador habilidoso y rápido. Por su corta edad, 18 años, tiene una madurez increíble. Es un chico que tiene un gran futuro. Después Juan Román Riquelme y Juan Sebastián Verón. Andrés D´Alessandro todavía no apareció pero es un jugador importante. Estoy hablando de jugadores que ya conocía y hoy que los tengo que enfrentar o entrenar puedo confirmar que son los mejores de estos momentos. En Argentina, además, hay un nivel de arqueros muy alto. Eso es para destacar. Agustín Orión, Mariano Andujar, Juan Pablo Carrizo, Mauricio Caranta, entre otros. Son arqueros de alto nivel. Argentina ha mejorado muchísimo en la calidad de arqueros que tiene. Hay cuatro o cinco muy pero muy buenos.
Diego Simeone: -De River, Matías Abelairas que es volante por izquierda. Y también Diego Valeri de Lanús. Son futbolistas que leen muy buen el juego y que ocupen posiciones importantes por como se juega acá y en Europa. Son dos grandes jugadores que pueden dar mucho más todavía.

Sportweek: -¿Cómo es el nivel del torneo argentino?
Roberto Sensini: -El gran problema de la mayoría de los clubes argentinos es que cada seis meses hay mucho recambio por una cuestión económica. Un chico de 18 o 19 años juega cuatro meses y ya lo vendieron. Después están los muchachos que vuelven del exterior luego de mucho tiempo y están identificados con un club como Verón con Estudiantes. Eso es bueno. También están viniendo muchos extranjeros como uruguayos y paraguayos. Cosa que se dio en los últimos cuatro o cinco años porque antes no pasaba. Aparece la figura pero a los seis meses no está más. El caso de Sergio Agüero, Ever Banega o Maxi Moralez que se fue y volvió. No lo puedo comparar con el campeonato italiano o el español que seguramente si tenés un equipo que está dando el setenta por ciento, tratás mejorarlo para que llegue al noventa. Acá se trata de sobrevivir en algunos clubes y eso no ayuda a potenciar el campeonato. Pero es cierto que le dan la posibilidad a muchos chicos cosa que el campeonato italiano o algún campeonato europeo no te permite.
Diego Simeone: -Creo que el nivel del fútbol argentino es muy bueno. Si viene un equipo italiano, por ejemplo, a jugar frente a un equipo argentino se le va a complicar. Y si viene un jugador que es un fenómeno en Italia, también se le va a complicar. Porque no es fácil adaptarse a las características que tiene el campeonato argentino. En algunos lugares se juega más rápido, mientras que en Argentina, se corre más rápido, que no es lo mismo.

Sportweek: -¿Qué se puede hacer para mejorar esta situación? ¿Cómo está tu club?
Roberto Sensini: -Hay que hacer proyectos a largo plazo como los que hacen Lanús, Estudiantes, Vélez o Arsenal. Porque a los buenos jugadores, si querés seguir creciendo y peleando por cosas importantes hay que tenerlos. Después tendrás que vender uno para seguir cubriendo los gastos. Y tendrás que tener otro jugador abajo como para cubrir ese lugar. Después hay otra realidad en Argentina que es el descenso por promedios. Y traés algunos jugadores que complican la parte económica pero querés salvarte. Después las cosas no van bien y por ahí le quitaste la posibilidad de jugar a los chicos del club. Creo que está faltando un poco de organización y hacer proyectos a largo plazo. Hoy en el fútbol no es fácil pero los clubes que lo pueden hacer, lo tienen que hacer. Estoy convencido que en un club como Estudiantes de La Plata esa posibilidad está. Es un club que le da mucha importancia a las inferiores y hoy tenemos un promedio que nos permite trabajar con tranquilidad en ese sentido.
Diego Simeone: -Cada fútbol tiene su estilo. Ni el italiano es el mejor de todos, ni el argentino es el peor de todos o al revés. River es un club grande y acá siempre hay que ganar. Tengo un plantel con grandes jugadores y mi función como entrenador es armar un equipo. En eso estoy.

Sportweek: -¿Mantenés contacto permanente con los clubes por los que pasaste?
Roberto Sensini: -Sí. Con el Udinese y con el Parma. Con el Lazio un poco menos porque fueron cambiando cosas. En el Udinese con el presidente, con la gente, con los jugadores. Con la gente de Parma. A Tommaso Ghirardi lo fui a visitar y estuve charlando. En las dos ciudades, Parma y Udine, y con los dos clubes mantengo una amistad. Y con la gente que es lo más importante. Los sigo a ambos equipos. Soy hincha de los dos porque me dieron mucho y me encontré muy bien. Tengo una gran admiración por la gente. En todos los clubes que estuve que fueron tres, me trataron muy bien. En Parma y en Udine más porque estuve siete años y medio en una ciudad y ocho en otra. Me quedaron muchos amigos. Lo mismo en Roma, más allá de que fue un tiempo más corto.
Diego Simeone: -Mantengo una relación normal con la gente de todos los clubes por los que pasé. Siempre estoy en contacto preguntando y averiguando sobre los equipos en los que estuve. Si bien tengo un gran recuerdo de todos los equipos en los que estuve yo soy del Atlético de Madrid.

Sportweek: -¿Te quedó alguna deuda como jugador que quieras saldar ahora como entrenador?
Roberto Sensini: -Siempre hay cosas para mejorar y que se quieren obtener. No tuve la suerte de ganar una Copa de Campeones, pero no todos tienen la posibilidad. La jugué con la Lazio, el Parma y el Udinese. En la Lazio por ahí teníamos las chances o las ganas de llegar a la final pero no pudimos. Nos dejó afuera el Valencia. Con el Parma igual, pero sabíamos que éramos un club chico más allá de que teníamos grandes jugadores. Por ahí ese sueño queda pendiente. Pero estoy en Argentina y tengo la posibilidad de jugar la Libertadores que es un campeonato parecido a la Champions, más allá de las distancias. Vamos a tratar de llegar lo más lejos posible. Y si el objetivo es llegar a la final vamos a tratar de ponernos eso en la cabeza para llegar.
Diego Simeone: -Hubiera cambiado todos los partidos que jugué por los siete que hubieran significado una Copa del Mundo. Y quizá lo que no se me dio como jugador se me puede dar como entrenador.

Sportweek: -¿Qué sueños tenés como entrenador? ¿Volver a Italia, dirigir a la Selección Argentina?
Roberto Sensini: -El deseo es cumplir las expectativas que tiene hoy Estudiantes de La Plata. Ir mejorándome y hacer cosas importantes en el fútbol. Creo que tanto la carrera de jugador como la de técnico es la misma. Uno no se tiene que poner un límite. Tiene que tratar de ir mejorando día a día. De ser ambicioso, eso sí, porque es lo que te mueve a muchas cosas. Y sentirse seguro de lo que uno hace. Después hay circunstancias que te llevan a que en dos años estás dirigiendo el Milan o que pasan 20 años y por ahí no te dan la posibilidad. Hay que estar preparado para todo. Un entrenador sabe que depende de los resultados.
Diego Simeone: -Esto es paso a paso, no hay que adelantarse. Lo importante en este momento es hacer las cosas bien en River. Claro que me gustaría dirigir en Europa o a la Selección Argentina. Cuando era jugador sabía que la única manera de alcanzar los sueños era jugando bien. Como entrenador es lo mismo, haciendo las cosas bien y logrando objetivos.